“Ero stanca… Così mi sono iscritta alla Maratona di New York”

“Ero stanca… Così mi sono iscritta alla Maratona di New York”

Non sono una runner professionista. Corro e correvo semplicemente perché mi piace e piaceva correre. Dopo due anni di mezze maratone e corse non competitive le trovavo tutte piuttosto simili e avevo perso l’entusiasmo per la sfida: i tempi di gara variavano al massimo di qualche minuto in base alle mie condizioni fisiche e al clima, le persone che conoscevo durante le manifestazioni erano sempre le stesse.

Insomma, stavo perdendo la spinta per continuare a correre e – soprattutto – per sostenere lunghi allenamenti quotidiani. Così ho deciso di alzare l’asticella: fare qualcosa che non avevo ancora fatto, risfidare me stessa, per trovare un senso a tutta quella fatica.

E’ stata dura: come già detto non ero una runner professionista e preparare una maratona è un grande sforzo, soprattutto durante l’estate, sotto al sole, mentre tutti i tuoi amici sono al mare. Ma ce l’ho fatta. L’ho corsa esattamente nel tempo in cui volevo io, 4 ore e 9 minuti ed è stata una gran soddisfazione. Ma dopo aver partecipato alla maratona di New York ho scoperto che non si tratta di una semplice competizione sportiva, con se stessi o con gli altri.

La “Nyc Marathon” è una vera esperienza di vita, che ti fa crescere, maturare, conoscere tanti aspetti dell’esistenza che prima non consideravi.

E’ qualcosa da fare prima di morire, come un lancio con il paracadute o un viaggio in solitaria: ti cambia dentro e cambia la tua prospettiva sul mondo.

Appena arrivi a New York, qualche giorno prima della maratona, ti rendi conto che stai per vivere qualcosa di speciale. La città è già allestita per la maratona e Central Park è circondato da transenne, camioncini, bancarelle, cantieri. Nei giorni prima la città è presa d’assedio da tantissimi runner di tutto il mondo, sia sportivi professionisti sia amatori o semplici camminatori. Per tutti è un’esperienza da privilegiati e l’entusiasmo traspare dagli occhi di tutti.

Ma veniamo al grande giorno: l’unico trauma è svegliarsi alle 4.30 del mattino per andare a Staten Island, da dove partirà la maratona. Poi, ci si mette in coda, si aspetta e inizia la favola. Parte l’inno americano. Si sente lo speaker che ti dà il benvenuto alla maratona di New York con la carica che solo gli americani sanno dare: sembra un incontro di wrestling.

Uno sparo di pistola. E la voce di Frank Sinatra, che ti accompagna ai nastri di partenza con la sua “New York, New York”. Parto quindi cantando, subito in salita per oltrepassare il ponte di Verrazzano e andarmene a Brooklyn. C’è tantissima gente attorno a me e perdo subito i miei compagni. Continuo a correre cantando Sinatra e guardo gli elicotteri, le barche, le luci: è tutto un trionfo di entusiasmo. Impossibile andare piano. Decido di non guardare il Garmin per i primi dieci minuti e godermi il momento senza calcoli. Già lungo il ponte capisco cosa mi aspetta: vigili del fuoco, cittadini, cartelli… tutta New York è lì per seguirci. Arrivata a Brooklyn poi iniziano i veri cori, le urla, il tifo scatenato. Non mi sono mai sentita così supportata in vita mia.

Tutto prosegue senza intoppi. La first avenue è una vera festa: penso di non aver mai visto tanta gente insieme, nemmeno a una partita di calcio. Tutti mi urlano, mi incitano, c’è un rumore pazzesco. Io sono carica e corro battendo la mano a tutti. La strada è un po’ in salita e un po’ in discesa, ma non la sento. Il panorama è splendido e conosci il grande cuore degli americani.

Al 28esimo, però, arriva il primo imprevisto: sento che mi scoppiano alcune vesciche sulle dita dei piedi. La sensazione è bruttissima, dolore misto al fastidio. Ma non mi posso fermare, non posso allargare la scarpa. Cerco di non pensarci e continuo a correre: sono ancora carica e la gamba sta bene. Passo i 30 chilometri e sorrido: ce l’ho quasi fatta.

Ma ignoravo il fatto che proprio a qualche metro da lì ci sarebbe stato il ponte che ti porta al Bronx: un muro in salita senza discesa. Un inferno. Sono a metà e le mie gambe iniziano a cedere e il dolore ai muscoli a farsi sentire.

Da questo momento in poi è tutto un incubo. Sono al 32esimo e non ce la faccio più. Mangio un gel che mi dà un po’ di carica, mi stabilizzo a sei minuti al chilometro e mi guardo intorno per non pensare. Appena sento la musica di qualche gruppo intorno a me inizio a cantare e cerco di non pensare.

Forse non tutti sanno che la 5th Avenue fino a Central Park è tutta in salita. Ho iniziato a rallentare, ho bevuto. Poi ho iniziato a piangere. I miei piedi erano dei mattoni e le mie gambe di cemento.

Non riuscivo più a muovermi. E’ durato tutto 10 secondi: fortunatamente il mio cervello ha reagito obbligandomi a correre ancora e innescando una lotta contro se stesso.

Da una parte volevo fermarmi e camminare: il dolore ai piedi e alle gambe era troppo e insopportabile. Dall’altra pensavo a tutta la fatica fatta per arrivare fino a lì: ero al 37esimo chilometro, cavolo, cinque chilometri e sarebbe tutto finito. Come andare da Boara in centro a Rovigo… Ce la dovevo fare.

La lotta nella mia testa è continuata fino all’arrivo a Central Park: lì ho rivisto la luce e ci ho messo tutto il cuore che avevo. Le ultime due miglia, tutte collinari, un continuo saliscendi. Ma ormai c’ero e vedevo la fine. Sì, ce la posso fare.

E’ stato il dolore più grande che abbia mai sopportato in vita mia: i glutei ormai erano in fuoco, i polpacci non li sentivo più. Probabilmente correvo come pinocchio.

Tutta la gente continuava a urlare e a fare il tifo per me: io pensavo alle mie vesciche e odiavo tutti. E’ divertentissimo pensare che ciò che fino a quel momento avevo amato ora mi stava dando così tanta noia. Il nostro cervello è veramente forte. Ho stretto i denti, ho pensato a chi mi stava seguendo da casa, alle emozioni che quella giornata mi stava dando, a tutto quello che stavo provando e… Eccolo lì, l’arrivo.

Avrei voluto accelerare, ma non ce la facevo proprio: ho proseguito a correre come potevo alzando le braccia e urlando, con il poco fiato che mi era rimasto.

E poi, ecco lo tsunami. Un pianto infinito, liberatorio. Ho iniziato a tremare, non sono più nemmeno riuscita a camminare. Ero felicissima. Avevo un sorriso che mi faceva il giro della testa.

Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma intorno a me non c’era nessuno  che conoscessi e quelli che c’erano stavano morendo anche loro.

Mi danno un panno per coprirmi e la medaglia da finisher. Quattro ore e nove minuti. Per la prima volta nella vita mi sono sentita completamente fiera di me stessa.

Ora che hai letto questa testimonianza, ti sentirai pronta per mettere alla prova te stessa.

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